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AFRICA: il sapore della vita nella piaga della povertà.

Eravamo in cinque il 14 Luglio all’aeroporto in attesa dell’imbarco: io, Angela Costa, Padre Dario, Ninfa Capizzi e Federico Scasso; destinazione Kitanewa in Tanzania. Le prime emozioni si erano già fatte sentire perché abbandonare tutto e tutti per un mese era una grande sfida ma anche il pensiero di raggiungere la meta del nostro viaggio ci faceva essere molto ansiosi. Dopo vari scali abbiamo pernottato a Dar Es Salaam. Ma il vero viaggio è iniziato quando siamo saliti sulla jeep diretti al villaggio: ci aspettavano dieci ore di jeep, dieci ore di terra e odori africani. Siamo passati dalla caotica città alla strada sterrata dove si scorgevano le prime case fatte di fango, i primi bambini sporchi, le prime donne caricate di secchi d’acqua, fasci di legna, pentole sulle loro piccole teste. Si alternavano [tratti con] piccoli villaggi, tratti di savana, tratti di apparente povertà e tratti di immensa ricchezza.

Dopo tante ore di viaggio, quando il sole aveva già abbandonato quella terra, siamo arrivati al villaggio che era la nostra meta. I fari della jeep illuminavano volti che ci salutavano, persone uscite dalle loro case solo per salutare noi, il piccolo gruppo di Mzungu (“bianchi”). Nella missione dove abbiamo dormito nei trenta giorni abbiamo trovato a farci accoglienza alcuni siciliani che come noi avevano scelto di mettere le proprie vacanze a servizio del prossimo, alcuni Masai, padre Salvatore e alcuni ragazzi che lavoravano alla missione. La ruotine settimanale era quasi sempre la stessa: il nostro gruppo ha preso l’incarico di dipingere un asilo ad alcuni chilometri dal villaggio, quindi la mattina andavamo a svolgere il lavoro assegnatoci; al ritorno ci aspettava il pranzo della missione mentre il pomeriggio stavamo al villaggio o nel bosco a passeggiare o nei pressi di un fiume che passava vicino.

La prima mattina che siamo andati all’asilo, appena arrivati, i bambini ci hanno salutati uno ad uno (erano una cinquantina) toccandoci la testa e sorridendo. La maestra ci ha accolto aiutandoci subito a scaricare il materiale dall’auto. Solerti ci siamo messi a lavoro mentre facevano da sottofondo le voci dei bambini che ripetevano tutti in coro gli insegnamenti della maestra. Finita la lezione, i bambini messi in fila hanno preso da terra delle tazze con la loro colazione e sedendo sempre a terra, tutti insieme hanno fatto colazione. Dopo che siamo tornati al villaggio la giornata è passata come tutte le altre. Non si può con poche parole raccontare tutto un mese di Africa ma certamente non posso non ricordare la gioia e la commozione del sacerdote quando un ragazzo che ha appena finito gli studi viene a chiedergli di celebrare una messa di ringraziamento a Dio per avergli permesso di affrontare gli studi con successo, facendo anche un’offerta nonostante non se lo possa permettere; o ancora bambini sudici e infangati correrti incontro sorridendoti e vedendo che per loro un tuo abbraccio è la gioia più bella del mondo; camminare in mezzo ai boschi della savana e trovare delle case con rami di legno che si reggono solo grazie a un po’ di fango, dove una famiglia abita e cura le sue uniche ricchezze che permette loro di sopravvivere: un bue, una pecora, una gallina, un cane. Ho visto come nel bel mezzo della natura, sopra una montagna, arrangiarsi con quello che Dio ha creato non è poi così difficile; donne che per chilometri e chilometri portano secchi d’acqua, fasci di rami solo per la loro famiglia; bambini che già all’alba partono a piedi dalle loro case portando alle maestre i rami per preparare la colazione e facendo chilometri e chilometri per raggiungere le loro classi, senza lamentarsi e senza annoiarsi, bambini contenti perché è offerto loro qualcosa che possa dare un futuro, qualcosa di prezioso, una ricchezza; ho scoperto che migliaia di ragazzi crescono soli, con il solo insegnamento della natura e diventare uomini, crescere, maturare è solo compito loro e ci riescono perfettamente anche senza l’aiuto di nessuno ma solo con il loro istinto di sopravvivenza; ho capito come ricchezza per loro è un sorriso, una stretta di mano, una buona azione, un offrirsi volontari per qualsiasi cosa, non dire mai di no. Ho scoperto che in Africa non esiste povertà; spesso cadiamo in errore pensando che se là mancano tutte le comodità che abbiamo nel “mondo civilizzato”, allora nel continente nero non vi è vita, perché una vita senza benessere non è vivere, ma in realtà la loro vita vale cento volte la nostra. Una vita vera, vita fatta di sorrisi, accoglienza, parità, lavoro, gratitudine, fede, amore, gioia. Sono rimasto sorpreso nel vedere che la domenica la messa non era una abituale celebrazione: la chiesa era stracolma di gente venuta da lontano anche a piedi solo per partecipare alla messa, una partecipazione non passiva come la nostra ma viva piena di gioia, di fede, di felicita! Festeggiavano veramente il Signore, lo ringraziavano per il raccolto concesso, per l’anno trascorso, per le gioie ricevute.

Alle offerte portavano mucche, pecore, sacchi enormi di grano! Davano ciò che per loro era più caro e più prezioso!

La prima parola che ti dice l’Africa è KARIBU (benvenuto), la seconda è HABARI (come stai), la terza ASANTE (grazie), la quarta KARIBU TENA (benvenuto di nuovo).

Africa è accoglienza, è amore, è vita.

 

Claudio D’Aiuto

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