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La Tanzania attraverso i miei occhi: una storia di sguardi

Quando le persone apprendevano del mio imminente viaggio in Tanzania, vedevo nei loro occhi una sorta di stupita ammirazione, spesso seguita da commenti sulla mia bontà d’animo e generosità. Mi divertivo sempre, quando questo succedeva, a sorprenderli con la spiegazione di ciò che realmente mi muoveva ad intraprendere un simile viaggio: non tanto l’intenzione di aiutare loro a diventare migliori o di dar loro qualcosa che non hanno, ma soprattutto la curiosità genuina per l’Essere Umano ed il desiderio di incontrare profondamente, e con la massima umiltà, una cultura diversa dalla mia e molto più vicina alle nostre “origini”, al fine di arricchire la mia interiorità, crescendo ed imparando qualcosa di nuovo sulla vita. In effetti, ho trovato, grazie a questa esperienza, proprio quello che cercavo. Nonostante un mio grosso limite, costituito dalla mancanza di conoscenza della lingua swahili, ho sentito di essere entrata in contatto profondo con questo popolo, grazie alle svariate occasioni di incontro che questo tipo di esperienza di “volontariato” mi ha offerto. Ho avuto modo di vedere asili, chiese, villaggi e ospedali, non con gli occhi di una turista, ma sentendomi accolta quasi come una di loro: in effetti, una delle caratteristiche per me più commoventi di questo popolo è sicuramente costituita dalla loro accoglienza. L’accoglienza e l’apertura verso l’altro, il diverso, risultano - agli occhi di un “occidentale” - di una profondità e di una genuinità spiazzante. Non a caso questo è stato il primo aspetto del popolo tanzaniano che ho incontrato. Quando siamo arrivati a Kitanewa, al Ruaha Natural Heritage Lodge (struttura "alberghiera" annessa alla missione, che ci ha ospitato durante quasi tutta la nostra permanenza tanzaniana), dopo le nostre 12 ore di viaggio in jeep, attraverso l’impervia e selvaggia natura africana, siamo stati subito accolti da una bellissima danza di benvenuto offertaci dai bambini e dalle ragazzine della vicina scuola di cucito, che ci sono venuti incontro cantando "karibu wageni wetu mjisikie nyumbani" ("benvenuti, ospiti nostri sentitevi a casa vostra”). La stessa accoglienza e apertura l’ho incontrata in molti sguardi, intensi e profondissimi, che, seppur sconosciuti, tante volte mi hanno fatta sentire a casa. Il limite costituito dalla mia mancanza di conoscenza della lingua, diverse volte è stato superato e dimenticato proprio grazie alla profonda intensità di questi sguardi. Ad Isanga, durante la celebrazione della messa nella nuova chiesa accanto all’asilo appena costruito, mi è capitato di imbattermi nello sguardo cupo di una donna anziana. Uno sguardo che sembrava ostile all’inizio, ma che poi si è rivelato soltanto carico del dolore di una vita intera. E in pochi istanti, sembrati un‘eternità, questa donna mi ha affidato il suo dolore, con tale apertura da farlo sentire distintamente anche a me, suscitandomi un forte desiderio di piangere, di abbracciarla e di accarezzarle il viso, come una madre. Non eravamo fisicamente abbastanza vicine da permettermelo, ma credo di averlo fatto con gli occhi. L’intensità che caratterizza il loro sguardo a volte può anche risultare spiazzante per un “mzungu” (bianco) e talvolta può far sentire persino a disagio la persona. Coloro che vengono allevati all’interno della cultura “europea”, in genere, vengono educati a non guardare mai troppo a lungo qualcuno, specialmente negli occhi. Il guardare fissamente l’altro - a meno che non si tratti di innamorati o di coppie genitore/figlio - è associato a cattiva educazione e invadenza, un po’ come lo è il presentarsi in casa di un amico senza averlo prima avvisato con adeguato anticipo. In Africa invece, un amico che ti viene a trovare è sempre accolto come una benedizione ed uno sguardo fisso e duraturo denota soltanto un genuino interesse. Nonostante non sia stato facile all’inizio, dopo un po’ mi sono abituata a sostenere a lungo il loro sguardo: ho scoperto così che gli universi che dimorano dentro ogni essere umano possono essere accessibili anche tra persone completamente sconosciute, appartenenti a culture, storie e nazioni differenti. Attraverso uno sguardo aperto, genuino e umile si può arrivare a sentire il Divino che alberga in ogni Umano. Ho riflettuto sul fatto che spesso noi, interrompendo immediatamente lo sguardo, ci precludiamo questa possibilità. Forse i nostri “sguardi brevi”, oltre al tipo di educazione che riceviamo, sono legati anche ad un altro aspetto della nostra cultura, che è totalmente assente in Africa: l’impazienza. Il tempo africano è un tempo diverso, dilatato, maggiormente rispettoso dei ritmi del corpo e della terra; un tempo che pulsa all’unisono con il battito del cuore, e poi del tamburo. Non a caso una delle prime espressioni in swahili che ho imparato è stata “pole pole”, ovvero “piano piano”: non c’è mai fretta in Africa e, proprio per questo, le giornate che passano possono essere assaporate fino in fondo ed il tempo può essere vissuto con una più profonda consapevolezza. Certo, c’è anche un rovescio della medaglia, al quale bisogna accennare: quando qualcosa si rompe o si deteriora e occorre un intervento - per quanto semplice -, possono passare anche giorni e giorni (o anche mesi) prima che il problema venga risolto! Ma ritornando agli sguardi, tra quelli che sempre porterò con me ci sono sicuramente anche quelli di tutti i bambini incontrati, che, vedendoci passeggiare per il loro villaggio, ci correvano incontro gridando “wazungu!” e “Pipi, pipi!” (“bianchi!” “Caramelle!”) accogliendoci con risate gioiose e abbracci, toccando incuriositi le nostre mani “scolorite” e ridendo di gusto subito dopo. Non dimenticherò nemmeno i pianti di due bambini molto piccoli, che, in braccio allo loro madri, in un villaggio masai, sono scoppiati in lacrime per la paura, dopo aver visto l’ “uomo bianco”, forse per la prima volta. Tra tutti i meravigliosi occhi dei bambini incontrati, due in particolare rimarranno eternamente scolpiti nel mio cuore: quelli di Frank, un piccolo masai che abbiamo conosciuto durante la nostra visita all’ospedale di Mauninga. Un piccolo con gli occhi grandi, colmi di amore per la vita, nonostante una brutta caduta da un albero lo costringa a letto già da un anno, con gravi lesioni alla spina dorsale e brutte piaghe che non vogliono richiudersi. Ciò che più colpisce in questo giovane essere umano è sicuramente il suo sorriso sereno, illuminato dalla luce dei suoi occhi, una luce intensa e gioiosa, che riflette la forte energia vitale che alberga in lui, nonostante la sua difficilissima condizione. La stessa energia e forza vitale l’ho incontrata anche negli occhi dei più anziani, che qui non perdono mai il contatto con la loro infanzia: nei “vecchi bambini” coesistono la spontaneità, la genuinità e la semplicità dell’età infantile e, al tempo stesso, l’esperienza e la saggezza acquisita nei numerosi anni di vita. I loro occhi e le loro risate, irruente ed irrefrenabili, parlano di una gioiosa energia vitale potentissima e ancestrale che non smette mai di pulsare, ma che, forse, nel corso della vita, trasforma solo il suo ritmo. Ho avuto modo di osservarla soprattutto in occasione della domenica del Ringraziamento celebrata a Kitanewa, mentre uomini e donne di tutte le età, dopo aver partecipato alla messa ed aver consumato il pranzo, si sfidavano tra loro in svariati giochi spericolati, con lo stesso entusiasmo dei bambini. La gioia irrefrenabile della danza africana ha contagiato anche noi, durante la nostra ultima serata a Kitanewa, quando le ragazzine della scuola di cucito e le suore ci hanno fatto una bellissima sorpresa: irrompendo nella sala a ritmo del tamburo, ci hanno dedicato canti e balli gioiosi, commovendoci e trascinandoci con loro in danze allegre e sfrenate. Un ultimo sguardo che porterò sempre con me, è quello grato e commosso di Elisa, la cuoca della missione, che, dopo aver ricevuto un lungo massaggio da me offertole, mi ha espresso la sua sconfinata gratitudine con gli occhi colmi di lacrime, che parlavano di tutto il pesante bagaglio di fatica e dolore mai riconosciuti, mai accolti né accarezzati, neppure da lei stessa. Prendere consapevolezza – a livello profondo - degli aspetti più duri dell’esistenza è un lusso per pochi, specie quando si vive in condizioni particolarmente difficili. Concludendo questa storia di sguardi, pieni di vita, di bellezza e di sacralità, non ci si può esimere dal rivolgere un pensiero ad un ulteriore aspetto, che del vedere è l’esatto opposto e che è stato protagonista di alcune mie riflessioni: l’accecamento, quello che i greci chiamavano “ate”. Ed è stata proprio l’osservazione delle modalità in cui questo popolo esprime la gratitudine a farmi riflettere su questo: la riconoscenza di chi ha vissuto e vive in condizioni di difficoltà estreme è talmente potente e toccante da presentare, a mio avviso, alcuni elementi di rischio. Rischio per noi - che spesso siamo affamati di riconoscimento e potere - di perdere noi stessi e la nostra umiltà specchiandoci in quegli sguardi infiniti e grati; rischio di dimenticare che noi siamo soltanto “canali”, “esecutori” e non “creatori” o “padroni” del Bene; rischio di cedere alle lusinghe di quegli occhi pieni di devota ammirazione, iniziando a crederci quasi divinità in terra. Tra coloro che dedicano la propria vita al prossimo, il rischio di accecamento è elevatissimo: l’accecamento di chi perde di vista la direzione iniziale; di chi dimentica l’obiettivo primario - il benessere dell’altro - e, senza nemmeno accorgersene, si ritrova a strumentalizzare ed utilizzare il bisogno dell’altro per il soddisfacimento del proprio bisogno; di chi perde l’umiltà, credendosi superiore rispetto a chi è semplicemente diverso... ma forse un antidoto esiste. Forse, se ci prendiamo cura dei nostri occhi con la meditazione o la preghiera costante e quotidiana, con lo sforzo e l’esercizio, lavorando costantemente su noi stessi con cura e attenzione, tenendo sempre presente che questo rischio esiste anche per noi, possiamo riuscire a rimanere in contatto con la nostra umiltà, a non perdere di vista noi stessi e l’Altro, la nostra e l’altrui sacralità. Forse solo in questo modo possiamo davvero diventare “canali del Bene” limpidi e quindi efficaci.

Simona Gargano

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