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Con gli ultimi del mondo

La testimonianza di un’esperienza missionaria in Tanzania

Scrivo da uno dei continenti più belli del mondo: l’Africa. È da 10 giorni ormai che sono a Migoli, una missione della diocesi di Iringa in Tanzania, insieme ad un gruppo di altri ragazzi e ragazze: Marianna, Francesco, Giusy, Ninfa, Davide e don Dario. Questi giorni sono volati come foglie al vento. Le cose da dire sono tante e riuscire ad esprimere le emozioni provate non è semplice. Dopo 28 ore di viaggio estenuante da Palermo a Dar es Salam (18 di aereo, contando le soste a Roma e ad Addis Abeba, e le 10 di jeep) siamo arrivato a Migoli.

Per rendersi conto delle scomodità del viaggio in jeep basta pensare che in tutta la Tanzania vi è una sola vera autostrada, che in realtà è una “superstrada” che taglia quasi tutta l’Africa: la cosiddetta “PanAfricana”. Dopo un percorso di circa 500 km fino a Iringa, abbiamo poi imboccato una arteria secondaria, non asfaltata, e dopo circa 3 ore siamo infine giunti a Migoli, per un viaggio di circa 650 km in tutto.

Migoli è una parrocchia la cui estensione è paragonabile al territorio di un pugno di paesi come Carini, Capaci, Isola, Terrasini, Cinisi e dintorni. Tuttavia, malgrado le dimensioni, racchiude solo 18 villaggi, per una popolazione approssimativamente aggirantesi intorno alle 30.000 unità. Le cifre però sono del tutto inaffidabili, non esiste un ente comunale con i relativi uffici (anagrafe, catasto, ecc...), e quindi non è pensabile un computo realmente affidabile delle nascite e dei decessi, che avvengono entrambi in gran numero. È una parrocchia di 30.000 abitanti con un solo parroco, che si deve arrangiare a fare anche da “sindaco”, assistente sociale, datore di lavoro e tanto altro.

Che emozione l’arrivo in missione! Ci attendevano ad accoglierci centinaia di bambini, che appena scesi dalla jeep ci hanno avvolti in un caloroso abbraccio. È stato qui che io ho ricevuto il primo schiaffo morale: quei bambini non mi avevano mai visto, non conoscevano nemmeno il mio nome, eppure mi salutavano come si fa con un parente che non si vede da anni. I loro occhi trasmettevano una grandissima gioia di vivere, malgrado i loro vestitini fossero stracciati, i loro piccoli piedi privi di scarpe, e i loro ventri desiderosi di cibo e acqua potabile. Si aspettavano qualcosa da noi, un sorriso, un abbraccio, una pipi (caramella), o semplicemente un habari?, “Come stai?”, al quale rispondono in coro, con un’allegria che sembra felicità, nzuri, “bene”.

La sensazione che si prova, specialmente quando all’inizio non si conosce neanche una parola di swahili, è l’impotenza. Non si sa cosa dire o fare per non restare muti di fronte a questi sguardi, che fanno entrare in crisi e crollare ogni certezza. Da occidentale ero del tutto impreparato a questo tipo di accoglienza gioiosa. Sono cresciuto in una società dove vige l’egoismo, l’ “ognuno pensi per sé che Dio pensa per tutti”. Ma qui si respira tutta un’altra aria e presto l’avrei capito. Giusto il tempo di salutare una ad una queste creature di Dio, che conosciamo il baba paroko (padre parroco), Padre Salvatore Ricceri, missionario fidei donum della diocesi di Catania. È lui che in questi 10 anni ha creato e visto crescere questa “figlia”, come dice lui, la missione. Essa è parecchio efficiente, vi è la casa canonica, una struttura per gli ospiti, un orfanotrofio, una scuola di falegnameria, una di cucito, un campo di calcetto in terra battuta, un orto, un allevamento di maiali, vitelli e una grande chiesa che ogni giorno accoglie centinaia di fedeli provenienti dal villaggio. In questo momento vi si sta ultimando una delle scuole secondarie più grandi della Tanzania, che quando funzionerà a pieno regime permetterà di studiare con vitto e alloggio a circa 5000 ragazzi/e. In tutto la missione accoglie stabilmente circa sessanta bambini orfani, con problemi più o meno gravi, dall’aids alla poliomielite, alla malaria, alla diarrea, circa ottanta ragazzi della cooperativa agricola, circa 40 ragazzi della scuola di falegnameria, 60 ragazze della scuola di cucito e, infine, una decina di donne tra maestre, cuoche e “colf”, 3 autisti, 3 guardiani e oltre una decina di catechisti.

La struttura che accoglie la missione è pertanto una piccola oasi in mezzo ad un villaggio in cui il 90% delle case sono costruite con il fango e la paglia e solo il 10% con mattoni. Case, in verità, per modo di dire: più che altro si tratta di “baracche” di 4 metri per 2 dove all’interno è possibile trovarvi solo poche stoffe e, ben raramente, qualche mobile o materasso per dormire. Tutto il resto sta fuori della struttura abitativa: il bagno consiste in una latrina a cielo aperto scavata a mano e condivisa da più famiglie; la “cucina” non è altro che un pentolone acceso su carboni ardenti, in cui le donne solitamente cucinano il pombe (una sorta di pastura alcolica a base di poco mais, che mitiga i morsi della fame ed è un forte allucinogeno: esclusivamente un palliativo che sostituisce il cibo), la polenta o quando va bene del riso.

L’unico reale modo per aver l’idea di quanto sia difficile vivere qui è constatarlo di persona. Solo vedendo con i propri occhi ci si può realmente rendere conto di quanto il NOSTRO SISTEMA OCCIDENTALE sia assurdamente sbilanciato a favore del nord del mondo. Qui si toccano con mano le conseguenze dell’egoismo dell’uomo occidentale (il 20% della popolazione mondiale) che ha l’arroganza di accaparrarsi l’80% delle risorse del pianeta a discapito dei più deboli. Come dice Ruben R. Dri (teologo e sostenitore della Teologia della liberazione), “in nome dei propri interessi, gli esseri umani arrivano ad esercitare violenza e ferocia sui loro simili. Essi però non possono confessare a se stessi ciò che fanno, non possono riconoscere che ciò che fanno è disumano, ingiusto e costituisce una violazione dei diritti fondamentali di altre persone; hanno bisogno di un’autolegittimazione, di un’autogiustificazione.”

Sfruttare impropriamente le risorse del pianeta, da parte di noi occidentali, è come rubare una pipi, una caramella, ad un bambino. Qui la gente muore, ancora nel terzo millennio, di diarrea. Nei giorni in cui siamo stati a Migoli, abbiamo assistito alla morte di 2 bambini dell’orfanotrofio e di un altro nell’ospedale costruito dal CO.P.E. (un’associazione Onlus Catanese), che dista pochi km dal villaggio. Purtroppo qui la morte precoce è all’ordine del giorno, ma come dice Padre Salvatore: “non ti ci abituerai mai, grazie a Dio, e non accetterai mai l’assurdità di queste morti”. Ogni giorno Padre Salvatore, sin dalle 7 del mattino, è a disposizione della gente che lo viene a trovare di continuo per una parola di conforto, una confessione, un problema grave o solo per salutarlo. Per un credente è difficile non vedere in tutto ciò l’amore di Dio per questi suoi figli.

Una mattina, prima di uscire in gruppo per andare nei villaggi limitrofi ad incontrarne la gente, trovammo davanti alla porta della missione una ragazzina, di 10 o 11 anni, con i chiari sintomi cutanei dell’AIDS. Padre Salvatore commentò la scena con queste parole: “vedete ragazzi? Ogni mattina Cristo sofferente mi viene a trovare”. Quanta Fede! Quella bambina fu rifocillata in missione e poi accompagnata all’ospedale del CO.P.E. dove ha ricevuto le prime cure.

L’ospedale! Ospedali attrezzati come quelli occidentali ve ne sono pochissimi in tutta la Tanzania. Nel nostro “ospedale” (quattro piccoli capannoni adibiti a dispensari, con alcune decine di letti e nessun medico) i problemi sono tanti e manca davvero tutto: cercano di sopperirvi le Suore Collegine, che si sono improvvisate infermiere. In questo Paese c’è solo la voglia di vivere ed andare avanti che, per fortuna, non manca! C’è una grande dignità che permette, incredibile per noi, di vivere con 30 euro al mese e di avere sempre un sorriso per gli zungu (i bianchi).

Secoli di colonizzazione lasciano ancora le loro cicatrici su questi nostri fratelli africani. La “neocolonizzazione” di questi anni produce invece nuove e brucianti ferite, destinate a non rimarginarsi in fretta. Percorrendo la PanAfricana si incontrano ad intervalli di 2 km grandi cartelloni pubblicitari di multinazionali come Coca Cola, Bridgestone, etc. Tali multinazionali, impiantate in questi paesi del sud del mondo, investono grossi capitali, forti di una manodopera a costo zero, rivendendo il prodotto finito a prezzi elevati. Non è raro vedersi offrire, nei villaggi, una bottiglietta di Coca Cola, Sprite o Fanta, il cui prezzo corrisponde ad un terzo della paga media di un intera giornata di lavoro. In parte lo si fa per la voglia di imitare il modo di vivere occidentale, in parte si tratta di un atto di cortesia nei nostri confronti.

Mi pare significativo chiudere quest’articolo con un profondo pensiero di Gustavo Gutierrez, altro esponente della Teologia della Liberazione: “I poveri sono gli in-significanti, coloro che non contano né per la società né, molto spesso, per le Chiese cristiane. Povero è colui che deve aspettare una settimana davanti alla porta di un ospedale per poter vedere un medico. Povero è chi non ha peso sociale, povero è chi viene derubato da leggi ingiuste e non ha il potere di agire per cambiare questa situazione. È l’in-significante che non ha peso economico, che fa parte di una razza disprezzata, culturalmente marginalizzata. I poveri sono socialmente insignificanti (salvo di fronte a Dio). Sono sempre presenti tramite le statistiche, ma non hanno mai un nome”.

Se dovessi riassumere in una sola frase questa nostra straordinaria esperienza di quasi un mese, direi che, se potessi paragonare il mondo a Gesù Cristo, farei dell’Africa il suo cuore.

Antonio Di Lisi

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