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Hilary per sempre figlio in cielo

22 Ottobre 2007

Certamente è proprio della nostra condizione umana fare, in modo sempre inaspettato, esperienza della morte delle persone care, delle persone che ci stanno a cuore e che vogliamo bene. Ma se dovessi fare una graduatoria, sono convinto che non c'è esperienza pi forte di colui o colei che vede morire il proprio figlio o la propria figlia. E tale esperienza la capisce totalmente chi la vive sulle proprie spalle. Oggi anch'io, con le lagrime agli occhi, posso veramente dire che cosa significa, perchè mi sono trovato dentro questa esperienza. Fra le tantissime attività, la Missione di Migoli accoglie bambini orfani e tra questi alcuni malati di AIDS. Certamente non siamo molto ben attrezzati (e per tal motivo in questi giorni stiamo ampliando la loro casa), però dinanzi alle diverse situazioni disperate che ci si presentano ogni giorno, non possiamo non accoglierli. Molti di questi bambini, orfani di genitori vittime dell'AIDS, puntualmente ogni mese sono costretti a fare circa 100 Km andata e ritorno per avere i farmaci dall'Ospedale di Iringa. Da parte nostra, stiamo facendo di tutto perchè il governo dia al Centro Sanitario di Migoli la possibilità di distribuire tali farmaci. Pareva che a fine Ottobre la cosa fosse ormai fatta (almeno così il governo ci aveva comunicato), ma poi, come tutte le cose, finì a niente.. Certamente i bambini non si trovano nelle condizioni migliori di assistenza, ma, nonostante tutto, con i soliti alti e bassi, per la maggior parte godono di buona salute, ma soprattutto si sentono accolti e voluti veramente bene. Chi in questi ultimi mesi mi ha fatto veramente paura è stato Hilary, un ragazzino di 16 anni, ma all'apparenza sembra di appena dodici anni, poco sviluppato e peso di circa 28 Kg. Dal mese di giugno per poterlo meglio seguire e averlo un pò sott'occhio, abbiamo pensato di averlo tutti i giorni accanto a noi a mensa la cosa sembrava che funzionava, ed io ero molto contento non solo perchè stava bene, ma perchè si sentiva veramente amato. Non c'era un giorno che non mi stava accanto. Era diventato come una mia ombra, o forse, è meglio dire, come un figlio. Non dava pi cenni di sofferenza, e in cuor mio avevo paura di viziarlo o di privilegiarlo rispetto agli altri. Ma quando gli altri ragazzi con lo stesso problema mi confidavano queste parole: "Baba, tu sei pi attento ad Hilary perchè sai che lui ha bisogno di te", un pò mi tranquillizzai e mi tolsi ogni scrupolo, e soprattutto mi sentii sostenuto anche dagli altri ragazzi. Ma tutta ad un tratto Hilary cominciò di nuovo ad avere dei malori, ad non avere più fame, a vomitare quello che mangiava. Una notte si alzò d'improvviso dal suo letto, e tutto impaurito con le lagrime agli occhi venne da me, afferrò la mia mano e la pose sul suo petto ÉPazzesco! Non ho mai sentito un cuore battere così velocemente. Cercavo di tranquillizzarlo perchè credevo che fosse impaurito da qualche brutto sogno, ma non passava. Allora lo accompagnai al Centro Sanitario di Migoli. Ma siccome la cosa mi insospettiva un pò, preferì mandarlo all'Ospedale di Ipamba, in città, ad Iringa, per vedere che cosa fosse. Lì fecero l'ecografia, e gli trovarono il cuore ingrossato ed un pò affaticato, diagnosticando la causa di tutto questo l'anemia. La cosa chiaramente non mi convinceva, perchè per me erano solo i sintomi, ma non la causa. Ad ogni modo Hilary si riprese e ritornò alla Missione. Ma dopo una settimana ebbe una ricaduta. La cosa mi insospettì sempre di più, a tal punto che lo rimandai stavolta all'Ospedale Governativo, dove lui riceveva mensilmente i farmaci dell'AIDS. Lo affidai ad un medico locale che lo conosceva, perchè lo seguisse da vicino. Ogni giorno chiedevo informazioni al medico, che mi tranquillizzava dicendomi che non era niente di grave, che aveva solo anemia, che non aveva fame, che vomitava, ma che però sarebbe tutto passato. La diagnosi non mi convinceva, anzi mi metteva paura come se stessi perdendo tempo. Allora telefonai ad un medico italiano, che in quel momento si trovava a Dar Es Salaam, pregandolo di andare a visitarlo urgentemente. Lui l'indomani andò subito ad Iringa a visitare Hilary, e capì che la sua situazione era molto grave. Aveva il cuore ingrossato e le pareti dell'organo ispessite a causa di una infezione provocata dall'AIDS. Tutto questo stimolava ad avere una pressione alta fino a 250, un battito cardiaco sfrenato e un indebolimento fisico tale da togliergli la voglia di mangiare. Il medico mi confidò subito che c'era poco da fare, o meglio c'era solo da pregare ed aspettare un miracolo. In ogni caso mi promise che l'avrebbe seguito e che a metà Novembre lo avrebbe portato da un cardiologo italiano, a Mikumi, per un ulteriore controllo. Io gli espressi la mia disponibilità di inviarlo subito in Italia, ma lui mi invitò ad aspettare. L'indomani p. Enzo partiva per Dar, per prendere l'aereo per le sue vacanze in Italia, ed io gli proposi di passare nel frattempo in Ospedale per trovare Hilary. Lui arrivò alle 11.30 del mattino, ma Hilary da tre ore non c'era più. Tutto il mondo in un colpo mi crollò. Non riuscivo a capire. I miei sospetti erano fondati. Per la mia primissima volta mi sono sentito (non so se si può dire) orfano di figlio, di un figlio strappato violentemente dalla mie mani impotenti a risvegliarlo. Quando fu portato a Migoli piansi molto: sembrava che dormisse. Non credevo, o non volevo credere o non accettavo che Hilary non ci fosse più. Quando allora eravamo in chiesa per il funerale e dovevo fare l'omelia, non sapevo cosa dire. All'improvviso dalla bocca mi uscirono parole che certamente non erano mie, perchè da me non pensate e neppure assolutamente accettate. Dissi in swahili queste parole: "Mimi nimempenda sana Hilary, lakini yeye amefariki kwa sababu Mungu amempenda zaidi kuliko mimi", che significa "Io ho molto amato Hilary, ma lui è morto perchè Dio lo ha amato pi di me". Vi scrivo questa testimonianza, carissimi amici, no perchè voglio farvi piangere o perchè cerco la vostra commiserazione o perchè da missionario vorrei raccontarvi qualcosa di straordinario delle mie esperienze di missione, ma perchè da padre, fortemente colpito dalla morte di un figlio che sempre amerà, posso dire, con la fede che solo il Signore mi dà, che anche la morte è un atto di amore del Signore. Quando gli altri ragazzini malati di AIDS che stanno con me nella Missione, mi hanno chiesto come stava adesso Hilary. Io gli risposi che adesso lui era in cielo e che avrebbe aspettato noi per stare tutti insieme. Devo inoltre confidarvi che io non ho mai avuto paura della morte, ma mai come ora (e questo solo i genitori che hanno perso un figlio lo possono capire) ho desiderato andare subito in cielo per rivedere e riabbracciare Hilary. Adesso so che significa perdere un figlio, e adesso ho capito che anche questo è un atto di amore di Dio che va accolto ogni giorno. Hilary, tutaonana mapemambinguni (=ci vedremo presto in cielo). Mungu awabariki! Baba Salvo

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