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Karibu... karibuni: benvenuto... benvenuti

La voglia di "essere missionari", nella nostra terra o fuori da essa, credo che nasca con noi e in noi cresce nel corso della vita, sino a che non trova la sua piena realizzazione. Il mio desiderio di andare in missione ha cominciato a prendere forma lo scorso anno, quando ho letto il libro di don Francesco Giannola "Ritorno in Tanzania”, un libro che scende nel significato profondo della parola “Missione” e fa aumentare quel desiderio di donare un po’ di noi stessi, anche seppur poco. Dopo la lettura ho cominciato a prendere informazioni, rivolgendomi all’Ufficio Missionario e cercando di dar vita a questo sogno. Così il 18 luglio di quest’anno è cominciata la mia esperienza in terra d’Africa, in Tanzania. Dopo un viaggio  di quasi 10 ore in aereo e uno di 12 in jeep sono giunta nella missione di Migoli. La prima cosa che ho pensato è stata: sono in Africa davvero o sto sognando!? Ma appena mi sono guardata attorno ho capito di essere nel mondo reale di una Missione. Benvenuto…benvenuti (Karibu…Karibuni) è la parola che si sente dire continuamente: l’accoglienza, il benvenuto lì sono sacri. Ti accolgono con gioia, ti sorridono dicendoti karibu, perché sei il benvenuto! Un giorno siamo andati presso un villaggio Masai, e dopo avere assistito ad una loro danza, Omar, il capo tribù, ci ha detto: karibu maji kidogo (venite a prendere un po’ d’acqua a casa mia) ma ci hanno offerto da mangiare: una vera cena a base di riso, fagioli e carne di capra. La cosa più bella è stata sentirsi dire: “voi siete i ben venuti, sentitevi a casa vostra, questa mia famiglia è come se fosse la vostra”. Lì ogni gesto e ogni azione, seppur piccola, che si porta a compimento è una conquista: riuscire a celebrare una messa alle 6.30 del mattino è una conquista, perché la gente che vi partecipa non è numerosa ma "dove si riuniscono due o tre nel mio nome lì ci sono Io", quindi Cristo riesce ad essere presente ed è una vera conquista; riuscire a tirare l'acqua da un pozzo con una pompa manuale è una conquista; sciogliere i nodi fatti con dello spago, fitti da tenere insieme uno scatolo contenete materiale spesso inutile, arrivato tramite un container, riempito in Italia secondo categorie europee che non coincidono con il reale fabbisogno locale, è una conquista. I primi di agosto siamo stati ospiti per tre giorni di un’altra missione (Kitanewa-Idodi) gestita fino a qualche mese fa da un sacerdote africano e affidata ora ad un sacerdote europeo. Una missione molto più povera rispetto a Migoli, anche i villaggi sono differenti: le case sono tutte di fango con il tetto di paglia, nonostante sia, rispetto a Migoli, una zona più ricca di acqua. Una sera seduti fuori a chiacchierare con il missionario che guida la missione, padre Salvatore, gli ho detto che sicuramente per stare in un luogo come quello ci vuole molto coraggio. Lui mi ha risposto che oltre al coraggio ci vuole molta Fede. È vero, solo la Fede ti può dare la forza per vivere in una missione, lontano da tutti, con un edifico molto fatiscente, con la luce non sempre presente perché alimentata da un gruppo elettrogeno. “Francesco va…e ripara la mia casa” è quello che disse il Cristo di S. Damiano! E lui cominciò a fare un lavoro di muratura; ma ben presto si rese conto che si trattava non di un lavoro materiale ma spirituale. Il lavoro che dovrà portare avanti padre Salvatore li comprende entrambi e dovrà svolgerli con due grandi attrezzi: “Fede e Coraggio”. Ma la fede è quella che dovrà fare il lavoro maggiore. E poi c’è quel diavolo tentatore che è la paura: la paura di stare male per un problema di salute e non sapere a chi chiedere aiuto, la paura dei serpenti, la paura di un possibile assalto esterno. Queste sono le sue paure, e chissà quante altre ne tiene in cuor suo, ma come dice lui “le affido tutte a Dio…Lui mi ha voluto qui e ora deve darmi le forze per portare avanti questa barca”. Queste sue parole mi sono rimaste impresse, sono quelle che mi hanno dato la forza e il coraggio per dormire la notte. Kwa heri Africa, arrivederci Africa, si perché solo passando un mese lì puoi capire cosa sia quel “mal d’Africa” di cui parlano tutti, soprattutto se fai un’esperienza che ti lascia qualcosa e nella quale dai qualcosa, e tornando non lasci che tutto ti si scorra addosso con indifferenza.

Claudia Ciulla Estate 2010

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