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MZUNGU!!!!!!!!!!!!!! PIPI?! Ciao!!

La mia esperienza missionaria a Migoli

“Ore 6.00 circa, sento i primi ragazzi della missione che si muovono per raggiungere a piedi in orario la loro lontana scuola; Io faccio l’ennesimo bilancio sulla strenua lotta notturna con le “dopate” zanzare locali (si…. questa volta sono spacciata….speriamo che non è malaria!); più tardi accompagnerà l’inizio della mia giornata a Migoli la marcetta dei Watoto (bimbi) del Chekechea (asilo) che urlano come ossessi il loro inno e fanno ginnastica appiccicatissimi.”

Estremamente difficile è tentare di esprimere le innumerevoli emozioni sensazioni domande pensieri inquietudini della mia esperienza missionaria;  ci sono aspetti che mi hanno fortemente turbata, momenti che mi hanno entusiasmata, occasioni che mi hanno reso felice, “faccende” che non capisci o alle quali non vuoi abituarti. Tuttavia, voglio provare a condividerle. Man mano che si avvicinava la partenza crescevano le aspettative, le supposizioni, le ingenue intenzioni, pianificavo volenterose azioni da svolgere, elaboravo ispirati propositi di servizio. Il tutto sulla base di libri letti, di notizie e studi propinati dai media, di qualche frammentaria informazione ricevuta concernente la missione, di pezzi di racconti sulle esperienze passate. Credevo di essermi fatta un’idea su ciò che mi aspettava, volevo fare, essere utile. (….io, io, io !!!!!) Invece, all’arrivo in Africa si constata che tutto è diverso rispetto a quanto immaginato: surreale e brutale; ti sorprende, disorienta e confonde.

A Dar es salaam mi sono confrontata con le prime impressioni, i diversi odori suoni colori, la sporcizia, le abitudini igienicamente scorrette (per usare un eufemismo), la puzza, la sconcertante differenza tra il lusso di pochissimi quartieri urbani e la miseria del resto della città o dei villaggi. Inevitabilmente sorgevano le prime insistenti ed impertinenti domande rivolte a chi del luogo mi capitava a tiro: sulla fame, la povertà, le malattie che decimano la popolazione (aids, malaria, colera), le politiche pubbliche, la corruzione della classe politica locale, lo sfruttamento delle ricche risorse tanzaniane da parte di pochi (soprattutto occidentali), la cultura, gli usi e costumi della gente, il sistema sanitario, quello educativo, etc. Volevo sapere; volevo capire; tuttavia, era lungi da me il pensiero di poter abbandonare parametri e categorie occidentali. Ho sentito un’inutile indignazione per le evidenti ingiustizie sociali; ho sentito rabbia per la mia indifferenza e superficialità; ho provato una triste impotenza. E quindi??? Ancora più curiosi sono stati i primi approcci in missione con le persone concrete, facce, nomi, storie, personalità. Ho visto gente festante accoglierci ovunque generosa ed incomprensibilmente entusiasta ed affettuosa; mi sono sentita “a casa” in capanne e deschi improbabili. Ho visto un’orda barbarica di bimbi assalirci appena varcata la soglia dell’asilo, richiedente impellenti coccole; e i primi momenti tu resti là con espressione incerta, tra il lusingato e lo sgomento, perché quello che prendi in braccio…ti accorgi dopo breve attesa…. umidamente….. che è senza pannolino, quello che vuole assolutamente baciarti ha il moccolo al naso, quello attaccato alla tua gamba è davvero puzzolente, comunque sono tutti indistintamente sporchi. Poi ti vengono scrupoli insulsi (….e se hanno infami malattie?), ma hai poco tempo per pensare perché i “mocciosi” incalzano, e sei già conquistata dai loro vociare, dai loro sorrisi, dai loro occhietti curiosi per la novità; gongolanti (io e loro) ad ogni carezza o attenzione ricevuta o data. “Pia mimi, pia mimi” (anche io) ti gridano quelli che non sono stati presi in braccio o a cavalluccio, ma dopo poco ti abbandonano per qualche altra attrazione o monelleria da compiere. Ho visto tanta gente alla Messa domenicale, che canta (inframmezzando urli e versi strani) e danza gioiosamente, che ascolta attenta e prega con particolare partecipazione per ringraziare di tutto. …….aspetta…. ma.. quello è proprio un maiale?!, si, infatti si  porta all’offertorio quello che si ha. Ho visto gente affrontare le malattie e l’oggi con dignità e fiducia.

Durante i primi giorni una ragazzino orfano che vive in missione mi ha posto una domanda in modo puro e con semplice curiosità: perché voi bianchi occidentali venite in missione? Panico….., me la cavo balbettando qualcosa di approssimativo e poi mi metto a pensare, …..appunto…. perché uno “mzungu” viene qui? Forse che con una (pipi) caramella o un vestitino demodè da regalare pretendiamo di riconciliarci rispetto all’ingiustizia sociale che il nord del mondo perpetra verso il sud per mantenere il suo costosissimo way of life? Forse che con un lavoretto o un po’ di volontariato pensiamo di cambiare le cose? Forse che egoisticamente e pateticamente vogliamo sentirci coraggiosi eroi impegnati (per un mese, poi…. ciao!) nell’impresa titanica di salvare il mondo? Ma poi come?….. attraverso i nostri criteri di “normalità”, il nostro concetto di “bisogni” e i nostri giudizi e stigmatizzazioni concernenti i “poveri e sottosviluppati che non sanno fare”? Che insolente presunzione! Sento che sale la vergogna. La faccenda si complica assai, non capisco, non trovo risposte convincenti.

Poi, nei giorni successivi, “capita” che….. ascolto, scopro, imparo e insegno, ridacchio, scherzo, lavoro, racconto, mi confronto con gli altri, gioco, canto, mi faccio prendere in giro ………insomma “vivo” in missione insieme a chi è qui. Mi accorgo che semplicemente c’è un noi, che spontaneamente e in modo naturale sto condividendo per un periodo con delle persone un pezzo di vita. “Succede” che con un po’ di umiltà e rispetto per una cultura diversa dalla mia, ci si incontra, avviene uno scambio mediante la convivenza e la cooperazione quotidiana. Oltre la paura, i facili entusiasmi, la consapevolezza che il servizio non cambierà le cose, la rabbia etc, in missione ci si confronta, si condivide ciascuno mettendo a disposizione quello che ha e che è.

Perciò voglio raccontarvi e ricordare: dei bimbi piccoli, Daniel che mangiucchia compiaciuto i colori a matita, Bobo che si aggira monello e con intenzioni “belligeranti” con una verga in mano, la piccola masai  Mariana che governa con abilità e disinvoltura le sue caprette; della gioia di riuscire a comunicare a gesti o espressioni del viso o utilizzando improbabili miscugli di siciliano e swahili (sorprendentemente efficaci, tipo: “ti dissi… subiri” (aspetta)!!!), o di darsi e ricevere con un’attenzione un saluto un sorriso una carezza uno scherzo un gioco uno spericolato inseguimento o un classico banz . Voglio parlarvi degli orfani della missione: Stefano che ti segue ovunque e spunta a sorpresa da ogni angolo offrendoti sempre il migliore dei suoi sorrisi sdentati, Jacobo con la sua intelligenza vivace, il monellissimo Adriano e le sue frequenti febbri, l’inquieto e timido Barrinò. Voglio dirvi di quando sono impazzita di gioia scompostamente con la mia squadra del GREST  per l’unico punto guadagnato in un gioco. Voglio raccontarvi della ricchezza di ascoltare le opinioni degli adulti del luogo sulle politiche nazionali, sull’ormai solo mitico ex presidente Nyerere che ha lasciato spazio a corruzione e disinteresse, sulle operazioni delle multinazionali o delle agenzie internazionali sulle risorse della Tanzania; o semplicemente di confrontarsi con loro sul miglior modo per coltivare i pomodori là, di raccogliere e utilizzare l’acqua piovana, sulle opportunità di realizzare progetti sostenibili o infrastrutture (ambito sanitario ed educativo) in loco con finanziamenti occidentali. Voglio dirvi del loro modo di vivere alla giornata, lentamente (pole pole), dei loro progetti per il futuro; e ancora, dell’opportunità che ho avuto di vedere e considerare valori perduti nelle nostre frenetiche vite, di ridere un po’ delle nostre spesso inutili ma incessanti ansie quotidiane. Voglio ricordare la forza dei serenamente sempre affaccendati missionari, i loro tentativi e progetti, le loro tante responsabilità, la fiducia che danno e ricevono, i loro fallimenti e le delusioni, il lavoro del personale del COPE, unico punto di riferimento sanitario per 18 villaggi, le suorine ridanciane ed infaticabili. E voglio ricordare e raccontarvi anche dell’efficacia del sistema delle adozioni a distanza di Hakuna matata, dei sogni di studio e lavoro dei ragazzi, dell’aids che colpisce metà dei bambini, della consuetudinaria malaria, dei villaggi decimati dal colera, dei loro sacrifici quotidiani per sopravvivere, dei troppi bimbi orfani, delle loro paure e preoccupazioni.

Ecco, questo è stato il mio modo di vivere in missione insieme ai fratelli di là, NOI, diversi per cultura e accomunati da tutto; e paradossalmente è stato naturale e tormentoso al medesimo tempo. Ed adesso che sono tornata, non voglio dimenticare, voglio che quante più persone “sappiano” e siano coinvolte dalle esistenze di queste altre vite come lo sono stata io; cerchino di capire l’importanza determinante di dare una mano (in un modo qualsiasi), vogliano e tentino di mettere a disposizione con naturalezza quello che hanno, sanno, o sono; perché semplicemente, è naturale ascoltarsi ed aiutarsi.

“Mzungu!!!!! Pipi?! Ciao!!!”  Ci urlavano i bambini nei villaggi.

“Mmh……Bimbo……A’ ccù ciù dici Mzungu?? Jina langu ni (Mi chiamo) Gabriella, tu? ……….

 

Gabriella Coccia

Estate 2008

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