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Migoli febbraio 2008

Lo scandalo del mais di Antonio Di Lisi

Non pochi fatti di cronaca, che assurgono talvolta anche agli onori della stampa internazionale, gettano sovente ombre fosche sull’operato dell’attuale governo tanzano e dei governi africani più in generale. Ma gli uomini e le donne del popolo, a queste notizie, non si scandalizzano più di tanto, per l’assuefazione alla disinibita corruzione dei propri governati. Al più, si suscita in essi una indeterminata irritazione. Il fatto è che, dinnanzi a problemi ben più gravi, queste notizie passano in secondo piano. Uno di questi problemi, piuttosto stringenti, è il fatto che, da alcune settimane, in Tanzania si sta verificando un vero e proprio “scandalo del mais”.
Nelle regioni equatoriali, come la Tanzania, le stagioni sono grosso modo due: l’estate (o “stagione delle piogge”) e l’inverno. Da circa tre mesi qui è estate, e lo sarà per altri due mesi. Ciò presuppone che, in questo periodo dell’anno, le riserve di mais (principale alimento africano insieme al riso) scarseggino e che la gente si sia tutta riversata nelle campagne, per coltivare il prezioso cereale. È normale auspicare che, in un periodo così particolare e delicato, il prezzo sul mercato di tale cereale si attesti su livelli di prezzo ragionevoli. Purtroppo, così non è. Lo scandalo che stiamo vivendo, o meglio subendo, riguarda l’innalzamento del prezzo del mais del 100-200%. In parole povere: se fino a due settimane fa un debe di mais (unità di misura locale, equivalente alla capienza di un secchio da 30 litri) costava circa tremila scellini tanzani (equivalenti a circa 2 euro, lo stipendio di due giorni di lavoro), adesso il costo dello stesso è di circa ottomila scellini tanzani. Una situazione che non molti uomini e donne di questi luoghi saranno in grado di affrontare, e che impensierisce seriamente tutte le Chiese locali, i missionari e le ONG che operano sul posto.
Ma cosa c’è dietro questa speculazione? Sempre il dio danaro.
La Tanzania (che fu dapprima colonia tedesca e poi britannica) è oggetto di consistenti interessi economici come, d’altronde, il resto dell’Africa. Stati Uniti, Cina, Inghilterra, Giappone e India sono gli Stati che più ne hanno, non saprei quanto trasparenti, in questa terra tanto bella quanto martoriata. Soprattutto gli Stati Uniti e il gigante cinese stanno attuando delle strategie silenziose e invisibili, alle spalle di una popolazione che, ignara delle mosse geopolitiche di questi grandi paesi, si sta vendendo pure l’anima. A rimetterci è sempre la povera gente che, secondo dinamiche ormai ineluttabili, compra pressoché tutto prodotto in Cina mentre in banca, alla posta, negli uffici pubblici e in tante altre attività legate alla gestione dello Stato spesso vengono chiesti dollari invece che scellini. Cosa pensereste se, recandovi presso un’agenzia di viaggi, come è successo al sottoscritto in Tanzania, al momento del pagamento del biglietto vi chiedessero dollari? Io sono rimasto sbigottito. Perché pagare in dollari? Forse, perché la gestione economica della maggior parte dei capitali governativi è in mano agli statunitensi e il commercio è, per lo più, in mano ai cinesi. Io riesco a spiegamela solo così. 
Ritengo necessaria questa premessa che ho fatto perché credo che essa permetta di spiegare le dinamiche legate all’economia del mais. Si tratta di giochi geopolitici che coinvolgono il governo tanzano, gli USA e la Banca Mondiale.
È venuto a galla solo recentemente che, negli scorsi mesi, il governo tanzano ha frettolosamente venduto la maggior parte delle scorte nazionali di mais agli Stati africani limitrofi ad un prezzo irrisorio. Un comportamento che, a rigor di logica, sembra irragionevole ma che, alla luce dei fatti che adesso citerò, penso risulterà chiaro.
Il governo tanzano, come molti Stati africani, beneficia dei sussidi provenienti dalla Banca Mondiale la quale, nella maggior parte dei casi, non solo concede il denaro, ma “suggerisce” anche come spenderlo. Alla Tanzania, da ciò che si percepisce e a livello popolare si mormora, la Banca Mondiale ha imposto l’acquisto di tanto mais. Il governo, così, ha pensato bene di vendere tutte le proprie scorte alimentari, salvo poi riacquistarle, al triplo del prezzo, dalle corporations americane (coloro che pilotano tutto questo giro di collusioni). 
Le corporations statunitensi che si occupano della produzione e distribuzione del cereale non solo ne producono più del necessario, ma ricevono anche sussidi statali, che hanno la conseguenza di togliere qualsiasi possibilità agli agricoltori africani di competere sul mercato. È un meccanismo che Joseph Stiglitz(1) ha spiegato molto bene in vari suoi articoli:
[…] Negli Usa gran parte degli aiuti all’agricoltura vanno alle grandi corporation. Circa 25 mila aziende si dividono 3 o 4 miliardi di dollari. Ma il grosso va alle aziende più grandi. E in questo modo si danneggiano 10 milioni di agricoltori dell’Africa subsahariana, che hanno redditi sotto i 2 dollari al giorno. In realtà il numero di persone che trarrebbe vantaggio da una globalizzazione di questi commerci sarebbe assai maggiore del numero degli agricoltori favoriti dai sussidi. Nel mondo della finanza molti ne sono consapevoli, e sanno che gli aiuti alle aziende agricole sono un ostacolo a nuovi commerci. Il fatto è che l’attuale libero mercato non è equo perché non è realmente libero. (www.attacfoggia.wordpress.com/2007/01/02/la-mucca-vale-piu-delluomo-di-joseph-stiglitz/).
In pratica, la Tanzania ha comprato tanto mais che non gli serviva, “solo” perché gli Stati Uniti ne hanno in abbondanza ed hanno esigenza di venderlo. Sicché, la Banca Mondiale lo ha imposto a questo Stato (su “consiglio” degli Stati Uniti), ma il governo tanzano è incapace di scelte coraggiose e coerenti con le reali esigenze della propria popolazione. Uno scandalo a tutti gli effetti, che mette in luce l’enorme corruzione sussistente nel mondo delle grandi multinazionali, degli organismi internazionali (come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e il WTO) e dei governi africani.
Le riserve che avevamo fino a pochi mesi fa avrebbero garantito agli abitanti della Tanzania un inizio di anno dignitoso e senza troppi problemi. Adesso, per il vantaggio economico delle grandi corporations e dei cosiddetti “grandi” del mondo, noi missionari saremo costretti a fare salti mortali per garantire loro un pasto dignitoso al giorno. Noi missionari (che siamo solo dei piccoli uomini e delle piccole donne di speranza che, alla sequela di Cristo, cerchiamo di fare la Sua volontà, condividendo nell’ambito dei nostri limiti la croce di questa gente), come tante Ong e le Chiese locali, abbiamo comprato in tempo centinaia di sacchi di mais che rivenderemo ad un prezzo accettabile (circa 4000 scellini) ma, purtroppo, sappiamo già che non sarà sufficiente. È il ripetersi dell’(apparente?) impari lotta tra il piccolo Davide e il gigante Golia. Dobbiamo trovare, ancora una volta, una fionda abbastanza efficace, per abbattere le perversioni del “Golia” capitalistico.

Antonio Di Lisi

1)Joseph Stiglitz, ex consigliere economico di Bill Clinton alla Casa Bianca, nel 1997 divenne chief-economist, economista-capo, presso la Banca mondiale. Ma nel 2000 fu licenziato per le sue aspre critiche alla condotta delle grandi istituzioni internazionali: la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e il Wto, responsabili, secondo lui, di una globalizzazione ingiusta e squilibrata a vantaggio dei paesi ricchi. Da allora la statura di Stiglitz ha continuato a crescere. Nel 2001 ebbe il Nobel per i suoi studi di microeconomia. Nel 2002 pubblicò il saggio La globalizzazione e i suoi oppositori (Einaudi), presto divenuto un manifesto dei movimenti tendenti alla giustizia economica nel mondo. (www.attacfoggia.wordpress.com/2007/01/02/la-mucca-vale-piu-delluomo-di-joseph-stiglitz/)

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